La troiona di Elena a gambe larghe

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Categorie: Pornostar
Aggiunta: Dec 8, 2016
Descrizione: La porca di Mia Kalifa come Elena di troia lecca e succhia, avida, come una cagna. A gambe larghe la troiona si fa scopare e inculare....Quella sera, appena rientrato a casa, Perrone notò subito la tela ricoperta di vernice ancora fresca. La raccolse da terra, dove era stata abbandonata, e la osservò attentamente.
"Bello" commentò. Lanciò uno sguardo ad Elena. "Sembri proprio tu."
Elena sorrise. "Come mi trova, dottore?"
"Oscena" rispose. "Nuda a gambe larghe. L'osservatore ne sarebbe felice." Una occhiataccia anche a Marco: "Cosa è successo qui, a casa mia, in mia assenza?"
"Si intitola proprio ELENA A GAMBE LARGHE" disse Marco, invece di rispondere. "Appena possibile, esporrò il quadro a qualche mostra, sperando di offendere il comune senso del pudore e diventare famoso."
"Stronzo!" esclamò Elena, senza essere veramente arrabbiata. "Avevi detto che non l'avresti fatto a vedere a nessuno."
"Quando è in gioco la cultura dell'umanità, è lecito mentire" sentenziò Marco.
"Adesso basta, voi due" intimò Perrone. Il dirigente si tolse il soprabito che ancora indossava e lo appese ad un attaccapanni. "Sono abbastanza stanco, ho sentito chiacchiere tutto il giorno." Si abbandonò su una poltrona. "Vorrei un aperitivo" disse. "Me lo prepareresti, Marco?"
"Dottore" si intromise Elena. "La ringrazio per avermi ospitata questi giorni, sono realmente rinata. Però..."
"Dimmi Elena, cosa c'è che non va?"
"Come le ho accennato, dottore, ho rotto l'occhio."
"Il ciondolo, vorresti dire."
"Cosa cosa cosa?" Marco si avvicinò ai due con tre bicchieri di Martini. "Cosa sarebbe questa storia dell'occhio?"
"Sì" annuì Elena, "il ciondolo. L'occhio si stava aprendo mentre ero all'obitorio ed ho avuto un gesto di stizza."
Perrone bevette un sorso. "E quindi..."
"Quindi l'ho scagliato contro un muro, mandandolo in mille pezzi."
Il dirigente scrollò le spalle. "Ed allora?"
"Ma che cos'è, questa faccenda del ciondolo?" si intromise Marco. Ma nessuno rispose alla domanda.
"Non saprei come dire, ma ho paura che l'osservatore..."
Si interruppe, mordendosi le labbra.
"Prosegui" la incitò Perrone.
"Temo che l'osservatore ce l'abbia con me, perché ho rotto l'occhio."
"Cazzata!" commentò l'uomo in poltrona, asciutto. "Il ciondolo serviva ad avvertirti che lui ti stava guardando, giusto?"
"Giusto."
"Però non è il mezzo con cui ti guarda. Per guardarti usa telecamere, se non è nei paraggi di persona, e chissà quale altra diavoleria. Non ha bisogno dell'occhio sul ciondolo. Continuerà a guardarti come ha sempre fatto, se ne avrà voglia e se..."
"Dottore" chiese Elena, "potrò mai conoscerlo?"
Il dirigente fece un cenno come per dire che non avrebbe saputo rispondere. "L'occhio è la sua zona erogena" spiegò. "Credo che lui goda nello spiare donne che a loro volta godano nell'essere spiate... Insomma" sbadigliò, "non saprei come spiegarmi meglio. Vive per i suoi occhi. Se dovesse perderli..."
Elena rabbrividì, ripensando al sogno che aveva avuto: "i miei occhi adesso sono i tuoi". Un'idea balenò nella sua mente: "Cosa significa, dottore? Rischia forse di perdere la vista?"
Perrone fu enigmatico: "Nella vita, spesso accadono cose veramente strane, Elena. I conti tornano quando meno te lo aspetti. Il cerchio si chiude quando tu pensi che sia ben aperto. Il sogno diventa realtà, la realtà diventa sogno, gli incubi peggiori si avverano e diventano quotidianità, le speranze più remote anche, apparendo banali e scontate. Cosa vuoi che ti dica? Secondo me, tornando al lavoro troverai un nuovo pacchettino sulla scrivania, con un altro ciondolo dentro. Sempre che il destino non sia ad una svolta. Ho sentito dire..."
Non proseguì, ed Elena non ebbe il coraggio di insistere sull'argomento, né di chiedere altre spiegazioni.
"Comunque" concluse il dirigente della Maribor, dopo aver bevuto il Martini, "molto presto dovrai per forza incontrarti con il maresciallo Cutolo. Sono riuscito a tenerlo buono fino ad ora, spiegandogli che eri sotto shock, ma adesso..." Esitò. "Se vedesse il ritratto che ti ha fatto Marco, capirebbe subito che lo shock è ampiamente terminato, e che tu sei tornata quella di sempre, l'Elena che ho sempre conosciuto."
A cena, Elena volle tornare a parlare con Perrone di alcuni argomenti che le stavano particolarmente a cuore. Perché la rottura del ciondolo la angustiava tanto? Per lei era diventato abituale spiare l'occhio e comportarsi di conseguenza. Non vedeva chiaramente al proprio interno ed aveva il convincimento che quell'uomo fosse in grado di aiutarla.
"Come devo comportarmi?" chiese quindi, dopo aver introdotto il discorso. Naturalmente c'era anche Marco, ma la sua presenza non preoccupava assolutamente Elena.
"Rispondere a questa domanda è molto semplice" rispose Perrone. "Devi comportarti seguendo il tuo istinto."
Marco annuì.
"Il mio istinto?" ripeté Elena, perplessa.
"Certo" confermò il dirigente. "Per cosa credi che tu sia stata apprezzata? Tu hai un istinto vincente, Elfrida, un istinto affascinante, è per il tuo istinto che tutti ti vorrebbero, non perché tu sia bella, intelligente, eccetera."
La donna corrucciò la fronte, contrariata.
"Non offenderti Elena, non ce ne sarebbe alcun motivo" precisò Perrone. "Non ho detto che tu non sia intelligente, né che tu non sia bella. Ho detto che non è per quei motivi che tutti ti vorrebbero... tutti coloro che ti hanno conosciuta nei momenti in cui sei stata autenticamente te stessa, senza pensarci troppo sopra o magari..." Perrone fece una pausa, soppesando attentamente le parole. "Magari riflettendoci anche a lungo, ma abbandonandoti all'istinto, dando voce ai tuoi desideri più forti, anche oscuri ma potenti, seguendo la via del piacere, del tuo piacere, ed il ciondolo" (altra pausa) "...il ciondolo è stato lo strumento che ti ha permesso di conoscerti meglio, e di essere quindi autenticamente te stessa. Adesso, io credo che tu possa ormai farne a meno."
Il giorno dopo, di pomeriggio, Elena uscì dall'abitazione del Dottor Perrone ringraziando per la squisita ospitalità: era ora di tornare a vivere da sola.
"Ma come, mi lasci così?" piagnucolò Marco, sotto lo sguardo accigliato ma curioso del dirigente della Maribor.
"Potremo rivederci, quando vorrai" rispose.
Perrone la baciò castamente su una guancia. "Noi due ci rivedremo in ufficio" disse. "Dio mio, ma perché ti sei vestita così?"
Elena si allontanò di un passo ed abbassò lo sguardo, per osservare il proprio abito. Indossava un tailleur nero di una certa eleganza, ma in effetti un po' lugubre. L'estate era ormai finita e si avvertivano i primi freddi autunnali, per cui aveva indossato un paio di collant pure scuri, pochissimo trasparenti.
"Vorrei andare al cimitero" spiegò. "Ma solo ora mi rendo conto di non avere la mia auto a disposizione."
Allora Perrone le aveva prestato una seconda auto che non usava mai, una vecchia ma efficiente Y10. Mentre guidava diretta al cimitero, Elena non poteva non ripensare alle parole del dirigente della Maribor.
"Ora, secondo me, ne puoi fare a meno" aveva detto, riferendosi al ciondolo. Cosa poteva significare quella frase? In parte lo capiva perfettamente, mentre un intero emisfero cerebrale rifiutava totalmente il discorso. Forse il dirigente aveva inteso riferirsi alla sua indole: fino a quel momento l'esistenza dell'osservatore, segnalata dall'aprirsi dell'occhio, era servita come alibi al proprio comportamento. Ecco, l'occhio sul ciondolo poteva essere paragonato alle rotelle che aveva usato da piccola per imparare ad andare in bicicletta: sapeva che erano inutili, che anzi facendone a meno si poteva andare in bici meglio e più veloci, però averle conferiva sicurezza. Ora senza ciondolo non avrebbe potuto avere la certezza di essere osservata: ma era poi così importante? Questo era l'interrogativo che Perrone aveva posto, con la sua affermazione.
"Dovrai procurarti un appuntamento con Cutolo" le aveva anche detto. Avrebbe provveduto. Ormai era in grado di tornare a vivere da sola ed aveva metabolizzato la morte di Filippo; stava anzi andando a fare visita alla sua tomba.
Era davvero colpa sua se si era ucciso? Elena ci aveva pensato a lungo, ed aveva deciso che non poteva passare il resto della vita a ragionare su quell'argomento. Gli esseri umani non sempre sono in grado di agire nel modo migliore, e quasi mai hanno la possibilità di dominare gli eventi, aveva concluso.
Parcheggiò l'auto ed aprì lo sportello. Il piazzale antistante il cimitero appariva deserto: meglio. Scese dall'auto e si diresse in direzione del cancello di ingresso. Perché andava a visitare la tomba di Filippo? Un po' di rimorso nei suoi confronti lo provava, questo era certo. Forse la sua reazione al tradimento era stata spropositata. Ma nessuno, nemmeno lei stessa, tanto meno Filippo, avrebbero mai potuto immaginare quanto fuoco sopisse sotto la cenere.
Ascoltò pensierosa il rumore dei propri passi sulla ghiaia. Sapeva che Filippo era stato sepolto in un fornetto al quarto piano, in un settore di nuova costruzione. Pensò sconsolata che non aveva comprato fiori.
Accelerò il passo con decisione e trovò facilmente la lapide. C'era scritto semplicemente: Filippo Corti, la data di nascita e quella di morte. L'inizio e la fine. In mezzo, quanta vita nascosta in poche lettere: un nome, un cognome, un lasso di tempo, tutto il resto o lo sai o neanche lo puoi immaginare. Questo valeva per Filippo, ma anche per tutti gli altri che giacevano lì accanto.
Una voce alle spalle la fece trasalire: timida ma ferma, pacata ma decisa, rispettosa ma desiderosa di farsi sentire. Una presenza discreta ma vogliosa di essere notata.
"Buonasera, signora."
Elena si voltò e riconobbe subito l'uomo.
"Buona sera, Giacomo" rispose.
"Porgo le mie condoglianze, signora."
Giacomo abbozzò un inchino ed un baciamano. Un turbine di sensazioni avvolse la troiona di Elena, così potente da portare allo stordimento. Le sembrò di rivivere le ore vissute con Giacomo, Marco ed Elisabetta, prima al bar e successivamente in una villa isolata, quando l'avevano bendata e legata, mostrandola ad un pubblico di intenditori cui era stata presentata come "la docile Elena". Affiorarono le terribili ma avvincenti sensazioni che aveva provato nell'essere oggetto di pesanti umiliazioni e rimpianse Elisabetta, con la sua capacità di sottometterla e scatenare i desideri più violenti. Era trasalita ed impallidita, al punto che Giacomo le aveva chiesto, guardandola negli occhi: "Si sente male, signora?"
Era stato probabilmente lui a rasarle il pube, quella sera. Rivisse il tocco della lama sulla pelle, il senso di fresco, il proprio sesso gocciolante di piacere nel sapersi così nudo e così aperto.
"No, non si preoccupi" rispose con un filo di voce. Dentro di sé una vocina le stava dicendo che l'osservatore poteva essere da qualche parte a spiarla. Istintivamente portò una mano al collo cercando il ciondolo, che ovviamente non era al suo posto. Si guardò intorno: non c'era nessuno tranne loro due, apparentemente almeno.
"L'ho vista impallidire" spiegò Giacomo.
Elena esitò prima di dire: "Sono emersi dei ricordi, molto..."
"Molto particolari, signora?"
"Molto" affermò Elena, mordendosi le labbra.
"Da quasi un mese vengo qui tutti i giorni, sperando di vederla" disse Giacomo, rompendo ogni indugio. "Ero sicuro che prima o poi sarebbe venuta."
"Per cercare me?"
"Le ho sempre detto quanto io la ammiri, signora" proseguì l'uomo. "Non ho mai incontrato una donna come lei, con la sua capacità di emozionarsi e di emozionare chi le sta accanto. Da quando l'ho persa, da quella sera quindi, non ho fatto altro che pensare a lei, a dove avrei potuto trovarla."
Elena avrebbe voluto dire qualcosa ma tacque. Quindi Giacomo così proseguì: "Ecco perché sono qui."
"Che rapporto c'è tra lei ed Elisabetta?" chiese improvvisamente la donna.
"Non l'ho più vista" fu la risposta. "Si è trattato di una conoscenza occasionale, signora. Ho visto come la trattava, e come lei rispondeva. I rapporti tra voi due non erano chiari, ma ai miei occhi è apparsa ben diversa la differenza di statura."
Elena scoppiò a ridere. Aveva quasi dimenticato di trovarsi al cimitero, a poca distanza dal loculo in cui riposava Filippo.
"Cosa intende dire?"
"Vede, Elena" disse l'uomo, "c'è molta gente che cerca sensazioni sempre più forti. Elisabetta e quel negro... come si chiamava..."
"Marco?"
"Marco, ecco. E gli altri presenti nella villa, anche... tutta gente alla ricerca di grandi emozioni, alla ricerca dell'emozione così grande da valere quanto una vita intera."
"Addirittura!" esclamò Elena, che in realtà aveva capito benissimo cosa avesse inteso dire l'interlocutore.
"Quando si sono fatte molte esperienze, diventa difficile farne altre ancora più emozionanti. Quando ci si è spinti sino ai limiti, rare volte si riesce ad andare oltre. Mi capisce, signora?"
Elena annuì.
"Lei mi ha procurato sensazioni enormi, talmente grandi da farmi balzare il cuore fuori dal petto, talmente potenti da farmi apparire sbiadito ed insignificante tutto ciò che avevo provato in precedenza. Ecco perché lei, Elena, è così preziosa: apre le porte della conoscenza, regala i brividi di piacere più sensazionali, dispensa turbamenti e godimento a piene mani, perché lei non è una mercenaria e non recita, lei è una donna vera, la più straordinaria che abbia mai incontrato."
I due si guardarono negli occhi a lungo, colmi di imbarazzo ma anche consapevoli di intendersi.
"Giacomo... io non so se sono veramente così..."
L'uomo allungò una mano: "Lo sei."
Era passato a darle del tu molto bruscamente.
"A meno che tu non sia cambiata."
"No, non credo" disse Elena.
"Allora, se ti va passeremo la serata insieme" concluse l'uomo.
"Va bene."
Il fuoco covava ancora sotto la cenere. Le parole di Giacomo erano ossigeno per le fiamme. Un senso di tepore si propagò per tutta la persona di Elena, tramutandosi ben presto in un principio d'incendio. Con stupore, sentì le proprie carni infiammarsi tra le cosce. Era emersa la solita voglia di sentirsi sottomessa. Erano bastati un paio di ricordi ed un uomo che le dava del tu e proponeva con una certa decisione il da farsi, per eccitarla e farla sbavare.
"Ma prima fai pure ciò che devi fare."
Il loculo che conteneva la salma di Filippo era al quarto piano. Elena indicò una scala appoggiata poco più in là. Decise di passare anche lei al tu: "Potresti prendermela?" chiese indicandola.
"Volentieri" rispose Giacomo.
Elena osservò l'uomo mentre si allontanava di pochi passi. Quasi quasi avrebbe preferito che le fosse stato imposto di continuare a dargli del lei, così come era successo con Perrone e con Elisabetta, che almeno all'inizio sembrava dotata di una capacità di comando ben superiore a quella di Giacomo. Poi era stata la stessa Elisabetta a chiederle di diventare più amica, ma Elena si era rifiutata. Elisabetta le piaceva così com'era, cattiva e priva di sentimento, perché così serviva. Cosa sarebbe successo con Giacomo? Ora era già eccitata, ma quell'uomo sarebbe stato in grado di farle vivere momenti di esaltante sofferenza?
"Ecco" disse lui porgendo la scala.
Elena abbassò lo sguardo e provò a lanciargli un messaggio. Aveva voglia di essere comandata a trasgredire: "Devo salire?" domandò.
Giacomo esitò prima di rispondere.
"In che stato d'animo sei, Elena?"
Cosa rispondere? Da una parte desiderava che lui capisse, ma dall'altra non poteva essere troppo esplicita, perché un accordo troppo evidente tra loro due avrebbe finito col togliere ogni sapore al rapporto di dominazione che stava cercando e di cui sapeva di aver bisogno. Sarebbe stato in grado Giacomo, l'uomo delle frasi iniziate e mai finite, come lo aveva mentalmente definito, a capire i segnali che lei stava inviando? Ma soprattutto sarebbe stato in grado quell'uomo, apparentemente così mite e pieno di rispetto, a soddisfarla? Emerse di nuovo il rimpianto di Elisabetta in versione cattiva.
Ma l'aspetto più sconvolgente era un altro: si trovava avanti alla tomba di Filippo e ciò aumentava il piacere potenziale. Solo una grande puttana avrebbe potuto comportarsi in un certo modo, diciamo sconveniente, di fronte all'ultimo giaciglio dell'ex marito. Elena avrebbe desiderato coagulare attorno alla propria persona il disprezzo universale.
"Come sempre, Giacomo" rispose dopo una pausa di riflessione. "Sono o non sono la docile Elena?"
Aveva forse osato troppo? Ormai comunque aveva proferito quelle parole ed era inutile starci a ragionare.
Giacomo la guardò negli occhi e decise di aprire il baule dei desideri inconfessabili: "Ho un'idea, Elena. Se tu volessi darmi una grande emozione..."
Ecco un'altra frase iniziata e non finita, pensò la donna.
Giacomo si guardò intorno. "Se tu potessi darmela..."
"Cosa, Giacomo?"
"Salire su questa scala senza mutande, e chiamare qualcuno a sorreggerla."
Elena trasalì. La sola idea era in grado di farla bagnare.
"Non se ne parla nemmeno" rispose. Ora vedremo, pensò, se il mite Giacomo è in grado di costringermi esercitando il comando. In cuor suo sperava di sì; buffa cosa, sperare di essere plagiata. Molto sottile la linea di confine tra ciò che voleva e ciò che casualmente si sarebbe potuto verificare e ancora più labile nei confronti di ciò che voleva essere costretta a compiere.
"Come sei strana, Elena!" commentò Giacomo, scuotendo la testa. "Io invece dico che tu ti toglierai le mutande e le appenderai là." Indicò il lumicino che sporgeva dalla lapide di Filippo, sorretto da un ghirigoro di ferro battuto. "Lo farai, Elena, perché questo gesto è per te una sfida, che vincerai."
"Ma tu stai scherzando..." In cuor suo sperò, perlomeno lo sperò la sua parte oscura, quella che urlava più forte, che Giacomo non si arrendesse ed anzi insistesse nella sua assurda pretesa.
"Fallo, Elena" disse l'uomo. La sua voce era calma ma ferma. Elena capì che da lui non avrebbe mai potuto aspettarsi alcuna forma di costrizione fisica: al massimo una sorta di coercizione intellettuale. Poteva anche andare bene. Ben diversa era stata Elisabetta, che l'aveva presa a ceffoni. Ma anche le semplici parole potevano avere forza, se a pronunciarle era un uomo come Giacomo, che si era sempre definito un suo grande estimatore e nutriva enormi aspettative.
In apparenza titubante, Elena mise il piede destro sul primo piolo della scala. L'istinto la spinse a cercare, per la seconda volta quella mattina, il ciondolo. Che sciocca. Evitò di guardare Giacomo in faccia mentre metteva il piede sinistro sullo scalino successivo.
L'estate stava finendo ed indossava un paio di collant, ed una gonna non proprio corta, ma neanche lunga. Sperò che non fosse troppo visibile la grande eccitazione che ruggiva tra le sue gambe. Sapeva di essere pallida, e lo era per via del batticuore. Giacomo notò il biancore del volto spiccare in contrasto con l'abbigliamento scuro, da vedova.
A metà scala si fermò. "Debbo togliermi i collant" spiegò.
"Toglili ora" disse Giacomo. "Gli slip dopo."
Tenendosi con una mano alla scala, Elena tirò su la gonna da un lato sino a raggiungere con la mano l'elastico dei collant. Il tessuto di colore molto scuro scese lungo la gamba rivelando la carnagione nuda, bianchissima. L'aria fresca lambì le cosce; rabbrividì. Volontariamente fece cadere la prima scarpa addosso a Giacomo, dopo aver alzato il piede per sfilarsi il collant. Ripeté le medesime operazioni anche con l'altra gamba. Le calze fluttuarono in aria per pochi istanti. Giacomo le prese e le portò al naso; assaporò l'odore di donna anzi, pensò, di femmina: la seconda parola rendeva meglio l'idea.
"Per cortesia, porgimi le scarpe" disse Elena, allungando un braccio. "E' freddo, e la scala è di metallo."
Giacomo porse le scarpe, ben volentieri. Erano col tacco piuttosto alto, ed avrebbero conferito slancio alle caviglie della donna. Inoltre avrebbero reso più difficoltosa la salita lungo i pioli: sperò di godere di uno spettacolo migliore, ponendosi proprio sotto Elena, per sorreggerle la scala.
Quando fu all'altezza della quarta fila di loculi, il volto di Filippo sembrava fissarla negli occhi. Era posto all'interno di un ovale color oro. La foto era a colori, ed Elena inutilmente tentò di ricordare quando e dove fosse stata scattata. Del resto lei si era defilata, ritirandosi dentro la casa di Perrone, per cui a tutte le dolorose incombenze avevano provveduto i parenti del marito, che non si erano fatti sentire in alcun modo. Chissà cosa pensavano di lei, di Filippo, di tutta la vicenda: non gliene importava poi molto.
"Ora togliti gli slip, ed appendili al lumino della tomba."
L'assurda e gratuita offensività del gesto che stava per compiere, la stordì di lussuria. Voleva fare ciò che Giacomo stava ordinando, ma qualcosa la frenava: il buon senso, e tutto quell'insieme di concetti che possono riassumersi con le parole: correttezza, normalità. Poi udì la voce di Filippo, come proveniente da dietro la lapide di marmo: "Tu sei troppo poco puttana. Le altre..." Sì, le parole erano state pressappoco quelle. Poi la voce di Filippo svanì, dissolvendosi come risucchiata dagli inferi, ed al suo posto emerse quella di Perrone: "Il ciondolo? Ormai secondo me puoi farne a meno. È servito per conoscerti. Sii te stessa senza pensarci troppo." Le parole erano state leggermente diverse, ma il senso era quello giusto.
Elena si volse a guardare Giacomo in basso, che sotto di lei reggeva la scala. "Come mi vedi?" domandò cercando di apparire disinvolta.
"Un grande spettacolo, Elena." Gli slip erano bianchi, leggermente trasparenti. Giacomo ripensò a quella notte in cui aveva rasato il pube di Elena, e rivisse la frenetica eccitazione di quei momenti, le grandi emozioni che quella donna, ora sulla scala, era stata in grado di procurare. I peli erano ricresciuti, si intravedevano sotto il tessuto. Elena teneva le gambe leggermente socchiuse, forse per stare meglio in equilibrio sulla scala o forse per mostrarsi meglio.
"Dovresti raderti" disse Giacomo. "Ti vorrei priva di peli."
"Ok" rispose Elena, docilmente. Più o meno inconsciamente, ma tutto sommato in modo abbastanza consapevole, voleva incoraggiarlo ad essere più autoritario. Alzò l'orlo della gonna quel tanto che fosse sufficiente per arrivare con la mano destra sino all'orlo superiore delle mutande, reggendosi con la sinistra alla scala. Le scarpe con il tacco alto, rendendo precario l'equilibrio, la costringevano a strani movimenti con le gambe. Sentiva l'aria fresca penetrare, ma ancora più penetrante era lo sguardo di Giacomo. Giocherellò ad arte con l'indumento intimo prima di sfilarselo: lo abbassò lasciandolo tra le natiche, a coprire il solco tra le gambe. Afferrò la scala con entrambe le mani fingendo necessità di sorreggersi.
"Ehi, Giacomo! Stavo per cadere" mentì.
"Mi farai morire" commentò lui.
Strinse le gambe e gli slip caddero sino ai piedi. Chiusa in quel modo, non si vedeva un granché; però, pensò Giacomo, Elena prima o poi avrebbe dovuto liberarsi dell'indumento e per farlo si sarebbe aperta, poco o tanto a seconda del proprio arbitrio.
La donna, tenendosi sempre aggrappata alla scala tenuta ferma da Giacomo, alzò il piede destro facendolo uscire dall'elastico.
"Non devi farle cadere" la apostrofò l'uomo.
"Vuoi rendermi la vita difficile, vedo."
Dovendo afferrare le mutande con una mano, tenendosi aggrappata con l'altra Elena si sporse in fuori e tentò di giungere sino alla propria caviglia. Finalmente Giacomo, da sotto, poté vedere nitidamente la linea che separava le natiche, ancorché chiusa come un'allacciatura lampo.
"Prese" disse Elena. Sfilò gli slip anche dall'altro piede e per farlo dovette sollevare la gamba. La lampo immaginaria che teneva cucite le natiche si aprì come per incanto, e Giacomo vide nitidamente il buco del culo ed anche le labbra della fica.
"Ed ora?" domandò la donna, con le mutande in mano.
Giacomo non proferì parola. Come impietrito, attendeva di vedere se Elena fosse stata capace di spingersi sino a dove lui stava cercando di condurla.
Il volto di Filippo la osservava senza, naturalmente, aver cambiato espressione. Si trattava di appendergli le mutandine proprio sotto il naso, in sostanza. Era una vera troia a comportarsi in quel modo, senza alcun rispetto nei confronti di chi non c'era più.
La mano tremò leggermente ma a Giacomo parve ferma e sicura. Gli slip finirono appesi al lumicino sulla lapide.
"Ed ora?" domandò Elena.
"Scendi" ordinò Giacomo.
Con passo incerto scese i pioli ad uno ad uno. Quando fu a terra, si trovò tra le braccia di Giacomo, che stava ancora sorreggendo la scala. L'uomo la strinse a sé. Nei pantaloni il pene era gonfio ed Elena lo sentì premere contro le natiche.
"Ed ora?" chiese.
Giacomo tolse le mani dalla scala e le palpò i seni. "Mi hai eccitato da matti" sussurrò in un orecchio alla donna. "Ti rendi conto di quanto sei stata puttana?"
"E' una sorpresa per te?"
Le strinse i seni ancora più forte, sino a farle quasi male.
"Lasciami..." gemette Elena.
Giacomo subito abbandonò la stretta. "Se è questo che vuoi...."
"Mi stavi spiegazzando il vestito" spiegò lei.
Si guardarono negli occhi. L'eccitazione era un qualcosa di palpabile, come un fluido magnetico tra le due persone.
"Signori, stiamo per chiudere!" strillò una voce.
"Be', non vorremo rimanere chiusi all'interno del cimitero" disse Giacomo, guardandosi attorno. Allontanò la scala dal muro e la ripose distante.
"Si chiude!" ripeté la voce, più vicina. Una persona apparve svoltando un angolo tra una schiera di loculi ed un'altra. Era vestita in modo abbastanza dozzinale: un paio di jeans sorretto da bretelle che si incrociavano sulla schiena, sopra una camicia a scacchi marroni. Si avvicinò ai due e quando fu ad un passo da loro spiegò: "E' l'ora di chiusura."
"Certo, vado subito" disse Giacomo, allontanandosi.
Elena fece finta di non conoscerlo. Sapeva che si sarebbe nascosto a spiarla da qualche parte. Sotto questo profilo Giacomo era come l'osservatore: guardava. L'osservatore stesso, quello vero, poteva stare lì da qualche parte, di persona o tramite qualche diavoleria elettronica. Resistette all'istinto di visionare il ciondolo che ormai non portava più al collo, per vedere se l'occhio fosse aperto o chiuso.
"Mi potrebbe dare una mano?" domandò Elena all'uomo.
Quel pomeriggio il cimitero era stato particolarmente poco frequentato; nei paraggi di Elena e Giacomo non si era praticamente visto nessuno. In quel momento, l'orario di chiusura, non c'era anima viva se non loro tre, Giacomo a spiare, Elena e quell'uomo, probabilmente il guardiano.
"Volentieri, signora."
"Come si chiama?"
Elena sapeva essere adorabile, come sa essere ogni donna che voglia esserlo. L'uomo rimase conquistato dall'insieme formato dal vestito nero abbastanza attillato e la carnagione bianchissima, così come si poteva vedere dal volto ma anche dalle gambe, lisce e candide che, strano a dirsi, sembravano prive di calze.
"Francesco, signora." Avrebbe provveduto lui ad aiutare un essere tanto affascinante.
"Francesco, ho dimenticato lo straccetto che uso per pulire la lapide del mio povero marito, lassù." Indicò in direzione del loculo di Filippo, ove le mutande bianche facevano bella mostra di sé penzolando dal sostegno del lumicino. "Potrebbe essere così gentile da sorreggermi la scala, mentre vado a riprenderlo?"
Il guardiano del cimitero puntò lo sguardo nella direzione indicata da Elena, strizzando gli occhi. "Vado io a prenderlo, signora" si offrì, afferrando la scala che Giacomo aveva allontanato, per riportarla in corrispondenza del loculo di Filippo.
"Vorrei salire io" s'impose Elena, sorridendo amabilmente. "Se lei è disposto a sorreggermi la scala..."
"Ma certo, signora!" esclamò Francesco, galantemente. La accompagnò per il primo piolo tenendola per mano.
"Lei è davvero una gran brava persona" disse Elena.
Francesco, compiaciuto, non disse nulla.
"Ed è anche un bell'uomo" proseguì. Mise il piede sopra il piolo successivo, salendo con il corpo verso l'alto. Il guardiano cominciò a provare maggior interesse man mano che le gambe si svelavano alla vista. Ormai Elena era con le caviglie all'altezza dei suoi occhi.
"Da quando il mio povero marito è morto, non ho più pace" sospirò.
"E' morto giovane" constatò Francesco, volgendo lo sguardo alla lapide e strizzando gli occhi. Doveva essere miope, pensò Elena. "Di cosa è morto, se non sono indiscreto? Un tumore?"
"Alla testa" confermò la donna, salendo lentamente. "Una cosa nel cervello l'ha costretto a morire."
"Cosa?"
Le cosce di Elena stavano diventando visibili. Forse per pudore, Francesco sorreggeva la scala con le braccia allungate, senza accostarsi troppo.
"Mio dio!" urlò Elena, fingendo di sbilanciarsi.
"Stia attenta!" L'uomo si fece più sotto. Lanciò uno sguardo furtivo sotto la gonna spingendosi sino a dove possibile: metà coscia circa. La pelle diafana di Elena si svelò e desiderò poterla toccare. Deglutì.
"Stavo per cadere" disse la donna. "Come è forte! Mi ha sorretto in un modo incredibile. Mi ero vista già a terra."
"Per me è un piacere, signora."
"Mi raccomando, stia lì e tenga ben salda la scala."
Elena salì ancora. Francesco pudicamente teneva la testa in basso, gli occhi diretti a terra.
"Lei non immagina quanto possa mancarmi la sua presenza." Ormai era all'altezza della foto di Filippo: se il guardiano avesse alzato lo sguardo, avrebbe potuto godere di un panorama niente male. Socchiuse leggermente le gambe, sino a sentire un filo d'aria fredda sulla fica. Si sentiva sporca e vigliacca a comportarsi in quel modo, inutilmente oltraggioso, e ne stava traendo grande piacere. Si immedesimò, come era accaduto altre volte, in chi la stava spiando, di sicuro Giacomo e forse anche l'osservatore, e l'eccitazione aumentò nel formulare giudizi negativi sulla sua stessa persona. Immaginò che Giacomo stesse pensando: "Mai vista una vacca simile" e rabbrividì di lussuria. Un sospiro spezzato uscì dalle sue labbra come un anticipo di orgasmo. Trasalì.
Prese le mutande e le passò sulla lapide, come per pulirla.
"Non le sembra che sia sporca, come coperta da una patina gelatinosa?"
Francesco volse il capo verso l'alto. La donna aveva forse fatto apposta a richiamare la sua attenzione? Socchiuse gli occhi: doveva decidersi a comprare un paio di occhiali. Gli sembrava addirittura che la vedova fosse priva di mutande. Oppure le aveva color carne, ma di un colore talmente simile a quello della carnagione da essere praticamente identico. Ma allora cosa era quella macchia nera? Gli sembrava quasi di percepire l'odore del sesso femminile. Capito, pensò: indosserà uno di quei perizoma fatti di un triangolino di stoffa nera a coprire il pube, ed un filo sottile tra le natiche, così sottile da passare all'interno del solco e diventare invisibile. In ogni caso, una bella troiona. Doveva avere una fame di cazzo non indifferente, concluse dentro di sé.
Elena decise di recitare sino in fondo la sua parte. Quello che stava facendo somigliava alla performance all'interno del ristorante "Il Cigno Nero", quando Perrone l'aveva invitata a togliersi le mutande e far cadere il tovagliolo per terra proprio quando stava passando il cameriere. Lo stesso cameriere che poi aveva incontrato... Il flusso dei ricordi si interruppe quando sentì la mano di Francesco attorno ad una caviglia.
"Con questi tacchi alti" spiegò l'uomo, "mi era sembrato che stesse perdendo l'equilibrio."
"Proprio così, infatti. Per fortuna che c'è lei."
Elena si finse disperata. Il tono melodrammatico era alle sue stesse orecchie assai poco convincente; chissà che impressione avrebbe fatto al guardiano.
"Filippo, Filippo mio..." piagnucolò. "Perché te ne sei andato così presto, lasciandomi nella solitudine..."
"Coraggio, coraggio signora."
"Quanto ti ho amato, quanto ti ho amato!" proseguì. La cosa un po' le faceva schifo, ma stampò un bacio sulla foto. Cercò di apparire il più possibile lussuriosa. Spinse, per quanto possibile, i seni contro il marmo. All'atto di staccare le labbra, fece saettare visibilmente la lingua. Scusami Filippo, pensò. In fondo in fondo avrebbe dovuto ringraziarlo: tutto era partito dal tradimento del marito. Da quel giorno, si era trasformata in qualcosa d'altro, un qualcosa difficile da giudicare. Ora stava perpetrando quell'oltraggio e proprio l'essere oltraggiosa rappresentava il valore aggiunto della situazione.
Francesco non aveva tolto la mano dalla caviglia. "Quindi il suo povero marito è morto di un tumore al cervello" disse.
La puttana di Elena con le proprie mutandine in mano, iniziò a scendere dalla scala. Un brivido di folle eccitazione si stava impadronendo del suo corpo. Sapeva di aver cotto a puntino l'uomo e stava per apparire più zoccola che mai. Il guardiano l'avrebbe giudicata una sgualdrina ed avrebbe desiderato fotterla con rabbia e disprezzo: conosceva bene questi meccanismi mentali. Mentre scendeva, la mano di Francesco non toccava più la caviglia, ma il polpaccio, pur essendo rimasta ferma al suo posto.
"No, ho detto che ad ucciderlo è stata una cosa nel suo cervello..."
Scese di un piolo, e la mano del guardiano superò il ginocchio.
"...una cosa che l'ha portato alla fine..."
La mano era sulla parte esterna della coscia, ed Elena era quasi a terra.
"...un'idea che non è riuscito a sopportare, un pensiero fisso..."
Quando appoggiò il piede sinistro al suolo, la mano di Francesco salì sino alla natica. Il respiro dell'uomo appariva frammentato, i loro volti erano l'uno di fronte all'altro.
"...una mania, io." Elena mostrò all'incredulo guardiano del cimitero le mutandine che si era tolte in precedenza. "Me le sono dovute togliere, per pulire. Ho dimenticato il solito straccetto a casa."
Francesco la attirò a sé. "Sei una puttana" mormorò.
"Non me l'aveva mai detto nessuno, prima d'ora" lo sfidò Elena. Sicuramente Giacomo stava godendo dello spettacolo, e forse anche l'osservatore; ma circa quest'ultimo misterioso personaggio non avrebbe saputo dire con certezza, essendo priva del ciondolo e quindi dell'occhio.
"Scopami" sussurrò Elena all'uomo. "Adesso, qui."
Sconvolto, Francesco allentò la presa. Elena si distanziò e rimase un istante a guardarlo, ansante: il guardiano sembrava un ordigno sul punto di esplodere. Solo un filo sottilissimo, via via sempre più tenue, lo tratteneva ancorato ad un comportamento rispettoso delle persone e del luogo. Lei, Elena, avrebbe dato lo strattone definitivo a quel filo, spezzandolo.
Tirò su la gonna mostrando il pube. Lanciò all'uomo uno sguardo spavaldo, poi si voltò appoggiandosi alla scala. "Scopami subito, stronzo. Scopami prima nel culo."
Francesco sembrava furente. La sua voce tradiva la meraviglia, lo stupore ed anche il disprezzo.
"Se è questo che vuoi, troia!" esclamò. Sputò sul palmo della mano destra e spalmò la propria saliva tra le natiche di Elena. Le dita indugiarono attorno all'ano. Apri la patta dei pantaloni ed estrasse il cazzo già duro. Sputò ancora sulla mano, che passò a pugno chiuso attorno al proprio membro per lubrificarlo.
"Ti insegno io, come si fa" disse.
Elena allargò le gambe ed inarcò la schiena. Le natiche si divaricarono svelando l'oscura gemma. "Inculami e spiegami quanto sono zoccola" mormorò.
"Ti spacco il culo, stai tranquilla."
Le mani di Francesco si posarono sui fianchi. Afferrarono il bacino di Elena e ne tennero fermo il corpo, mentre la punta del cazzo premeva contro lo sfintere.
"Mmmmmm..." sospirò la donna, mentre il pezzo di carne estraneo si faceva strada al suo interno.
"Sei bella larga" sussurrò Francesco. "Chissà quante volte l'hai preso in culo, brutta troia!"
Il guardiano la stava inculando con furia selvaggia, come se avesse voluto infliggerle una punizione.
"Mi fai male!" mentì Elena. Voleva incitarlo ad essere sempre più violento. In effetti quelle parole produssero un risultato: il guardiano ghignò soddisfatto.
"Ti serva da lezione, puttana" apostrofò. Tolse il cazzo dal culo della donna tenendolo alla base vicino all'inguine. "Non era forse quello che volevi?"
"Ora scopami in fica" disse Elena per tutta risposta.
"Puliscimi la cappella, avanti, troia" ordinò Francesco. "Potevi pulirti il culo, almeno, prima, vacca."
"Hai ragione" mormorò la donna, sperando in umiliazioni sempre più grandi.
Francesco avvicinò il cazzo alla bocca di Elena. Una leggera patina marrone si era posata sul glande.
"Puliscilo, puttana, se vuoi che ti scopi."
Uno stordente senso di vergogna la fece quasi pervenire all'orgasmo. Socchiuse le labbra e le posò sulla punta della cappella. Avrebbe pulito con la propria lingua la sua stessa merda e l'avrebbe fatto guardando negli occhi l'uomo che l'aveva appena inculata.
"Aspetta" disse. Si inginocchiò senza badare ai sassolini per terra, che ferirono le ginocchia. Prese il cazzo in mano e cominciò a leccarlo con ostentata accuratezza, con ampi movimenti della lingua e del capo; il tutto con gli occhi rivolti in alto, a sfidare lo sguardo di Francesco, che fu costretto a chiudere gli occhi.
"Ora puoi scoparmi, sei pulito" disse. Si appoggiò nuovamente alla scala di ferro porgendo le terga..
Il guardiano posò per la seconda volta le mani sui fianchi e si introdusse in fica. In vita sua non aveva mai provato un'eccitazione altrettanto grande, e nessuna donna lo aveva fatto mai sentire tanto potente e padrone. Inflisse, o meglio credette di infliggere tremendi colpi. Le mani si spinsero sino a stringere i seni, una si introdusse sotto la stoffa all'interno del reggiseno.
Aumentò la frequenza dei colpi all'aumentare del piacere e si liberò di tutto lo sperma che aveva. L'energia infusa nell'azione era stata talmente grande da fargli girare la testa, non appena il desiderio si fu attenuato sino a scomparire.
Elena aggiustò la gonna spiegazzata. "Queste te le regalo" disse mostrando le mutande e gettandole a terra. "Mi raccomando, metti un po' di fiori su quella tomba, ogni tanto." Indicò il loculo di Filippo e si allontanò.
Francesco rimase senza parole, letteralmente. La salivazione sembrava essere una funzione disattivata del suo organismo: avrebbe avuto bisogno di almeno mezzo litro di acqua. Osservò la donna sparire dietro un angolo e dovette fissare lo sguardo sugli slip bianchi a terra per convincersi che era stato tutto vero e che era accaduto pochi secondi prima. Si ricordò con un certo ritardo che doveva rimettersi il cazzo nei pantaloni. Aveva la strana sensazione, in totale antitesi con quella provata mentre stava scopando come una furia, di essere stato usato.
"Elena!"
Elena era all'interno della propria auto, una vecchia station wagon, nel parcheggio antistante il cimitero.
Mise in moto il motore e con il finestrino lato guida abbassato si affiancò alla donna diretta verso la Y10 che le aveva prestato Perrone.
"Sali" la invitò. "Andiamo via."
"Devo prendere l'auto, non è mia e debbo restituirla."
"Farai una telefonata" disse Giacomo. Appariva sconvolto. Elena salì in auto.
"Fammi sentire." L'uomo mise una mano tra le cosce della donna. "Non ti sei rimessa le mutande. Molto bene."
"Dove ti eri nascosto?"
"Dove potevo osservare bene" rispose l'uomo.
"Ed hai visto tutto?"
"Sì."
"Cosa hai provato?"
Giacomo esitò prima di rispondere: "Le parole non sono sufficienti a spiegare l'emozione che mi ha pervaso" spiegò. Guardò Elena: "Grazie."
"Non l'ho fatto per compiacerti" precisò lei.
"Lo so" assicurò lui. "Ti ho ben detto che è per questo che sei unica."
"Sei tutto bagnato sui pantaloni" constatò Elena.
"Mi sono sborrato addosso" confessò.
"Voglio sentire il sapore del tuo sperma" disse improvvisamente la donna. Mentre Giacomo stava guidando, infilò la testa sotto al volante e tirò giù la zip dei pantaloni.
L'uomo mise le mani avanti: "Comincio ad essere un po' anziano, non riuscirai a farmelo drizzare di nuovo."
"Voglio solo pulirti. Non è colpa mia se ti sei sporcato?"
La lingua di Elena si mosse intorno al cazzo di Giacomo. Lo sperma era parzialmente secco. Con cura meticolosa la cappella venne lucidata; stessa sorte per il resto del membro. Quando sollevò il capo, Giacomo la osservò con la coda dell'occhio mentre si leccava provocatoriamente le labbra.
"Elena, sei da fantascienza" commentò l'uomo.
"Dottor Perrone?" La donna aveva preso il cellulare dalla propria borsetta e stava parlando. "Dottore, sono Elena." L'alito che sa di sperma non poteva essere avvertito tramite gsm, pensò. "Sono con un amico, dottore. L'auto è parcheggiata avanti il cimitero. Ok, volevo solamente dirle che le sono immensamente grata di tutto quello che ha fatto per me. Be', volevo dirlo di nuovo ed avvertirla dell'auto... passa lei a riprenderla? Bene dottore, ci vedremo in ufficio. Grazie."
"Chi è questo Dottor Perrone?"
"Un dirigente della Maribor, la ditta presso cui lavoro."
"Andiamo a casa mia?" chiese Giacomo.
"Prima a casa mia: voglio prendere degli abiti dall'armadio ed anche altre cose. Poi dovrò telefonare a Cutolo."
"Cutolo?"
"E' un maresciallo dei carabinieri. Da vari giorni, per un suo rapporto, deve parlare con me. Ho promesso di contattarlo non appena..." Sorrise. "...non appena avessi superato lo shock per la morte di mio marito. A proposito, Giacomo, tu come l'hai saputo?"
"Cosa, Elena?"
"Del suicidio di Filippo."
"Certe notizie si diffondono, nell'ambiente."
"Quale ambiente?"
Giacomo fece un gesto indicando chiaramente che desiderava glissare sull'argomento. Ad un incrocio dovette fermarsi al semaforo rosso. Quando scattò il verde, ripartì ed iniziò a parlare.
"Dunque, Elena. Se vuoi passare un po' di tempo accanto a me, dovrai rispettare alcune semplici regole."
"Dimmi, Giacomo."
"Non dovrai mai indossare biancheria intima, né mutande né reggiseno."
"Va bene."
"Mai collant. O le autoreggenti o un reggicalze, o niente."
"Sì."
"Mai pantaloni."
Elena annuì.
"Chiaro che sei libera di sottrarti a tutto questo in qualsiasi momento."
"Certo."
"Dovrai depilarti la fica ed ogni altra parte del corpo. Esclusi i capelli, ovviamente."
"Va bene."
Ora avanti a loro si allungava un rettilineo miracolosamente privo di traffico. Giacomo pigiò sull'acceleratore, e l'auto schizzò in avanti.
"Dovrai tenere sempre presente che, finché stai con me, sarai una donna da esibizione."
"Non dimenticherò mai queste tue parole, Giacomo."
Elena si abbandonò sullo schienale del sedile, e chiuse gli occhi.

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